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Il futuro dell’Unione Europea non è mai stato così in pericolo

Il futuro della Unione Europea non è mai stato così in pericolo, ma c’è una mossa che può riaprire le porte del futuro: usare la Conferenza sul futuro dell’Europa per trasformare il Parlamento europeo in Assemblea Costituente. Obiettivo: la nascita della Repubblica d’Europa cioè una Repubblica federale fondata su uguali diritti ed uguali doveri, che faccia finalmente del nostro consorzio umano un attore culturale e politico, non più subalterno ad interessi e strategie altrui.

L’Unione Europea figlia della guerra di liberazione dal totalitarismo nazi-fascista resta, pur con tutte le sue contraddizioni, la destinazione per la quale si è pronti a morire: rischiavano la morte i tedeschi dell’est che scavalcavano il muro a Berlino, la rischiano i migranti del Mondo che attraversano il Mediterraneo.

Per mettere da parte ogni dubbio sulla direzione da perseguire basta immaginare l’esaltazione che in questo momento gonfia il petto dei nazionalisti incistati in ogni angolo di Europa. Pensiamo al maledetto Breivik che, chiuso nella sua civilissima cella norvegese, sente più vicino il coronamento glorioso della mattanza dei giovani socialisti perpetrato a sangue freddo a Utoya nel 2011. Pensiamo all’odio mai sopito nei Balcani, che sta trovando le conferme che cerca nella altrui prepotenza come nella altrettanto grave altrui imbecillità. Pensiamo al sorriso a stento trattenuto che increspa le labbra dei fascisti nostrani, come quelli che a Torino da anni sostengono le autoproclamate repubbliche del Donbass, scommettendo sulla palingenesi autoritaria del Mondo.

La Corte di Giustizia Europea con le sentenze del 16 Febbraio del 2022, che hanno confermato la piena legittimità del rapporto vincolante tra fondi europei e rispetto dello Stato di diritto, ha senz’altro illuminato questo percorso, accendendo un faro potente per tutti coloro che stanno navigando in questo mare agitato e buio. Forza! Diamo una speranza alla pace.

Sottoscrivi anche tu questa lettera, scrivi a ufficio.stampa@benvenutiinitalia.it

Da anni ci impegniamo per costruire un’Europa fondata su uguali diritti e doveri tra tutti i cittadini. Per saperne di più sulla nostra azione: www.onedemos.eu

 

Firmatari della lettera “Il futuro della Unione Europea non è mai stato così in pericolo”:

Davide MattielloBenvenuti in Italia

Diego Montemagno, ACMOS

Virgilio Dastoli, Movimento Europeo

Domenico Rossi, Consigliere Regionale del Piemonte

Diego Sarno, Consigliere Regionale del Piemonte

Marco Grimaldi, Consigliere Regionale del Piemonte

Ludovica Cioria, Consigliera Comunale Torino

Davide Boosta Di Leo, musicista

Leonardo Palmisano, scrittore

Sandro Fallani, Sindaco di Scandicci

Eric Jozsef, Europa Now

Marco Omizzolo, sociologo

Maria Josè Fava, Referente regionale di Libera Piemonte

Andrea Sacco, Cooperativa Nanà

Luca Sardo, Fridays For Future Torino

Raffaele Palumbo, Giornalista

Helen Esther Nevola, Progetto Artistico CaleidoScoppio

Andrea Gaudino, ZAC Ivrea

Enrico Vitolo, Psicologo

Anne ParrySegretaria MFE Valpolicella

Simone Marchiori

Simone Potè

Graziella Lavanga

Giacomo Molinari

Gabriele Gandolfo

Giulia Toffanin

Andrea Turturro

Daniele Vico

Nicoletta Piecenza

Chiara Andena

Marina Baldisserri

Beatrice Nuti

Andrea Balestra

Stefania Formato

Davide Romanelli

Lorenzo Guglielmetto-Mugion

Admir Alili

Giancarlo Palazzo

Cinzia Alluvion

Ramona Boglino

Martina Fang Lu

Emanuele Graneri

Emanuele Francesetti

Lucrezia Vaccaro 

Federico Maggiora 

Marco Bovolenta

Stefania Mason

Massimo Mairate

Marina Formento

Caro Presidente Mattarella

Caro Presidente Mattarella,
così alla fine sarà lei a rappresentare gli italiani il 23 Maggio e poi il 19 Luglio, durante le commemorazioni che si terranno per i trent’anni dalle stragi del 1992: grazie (anche per questo)!
La rabbia, lo smarrimento, la paura che pervasero l’Italia dopo quei terribili attentati, segnano anche questo tempo, pur avendo oggi motivi differenti. Motivi che a Lei sono ben chiari, tanto da essere stati determinanti nel farle accettare la rielezione, come lei stesso ha voluto sottolineare con le sue prime parole.
A pagare il prezzo più alto di questa congiuntura sono i giovani ed i giovanissimi.
I bambini che quasi non ricordano più come era stare senza mascherina, gli adolescenti che soffrono di forme di ansia sempre più preoccupanti, i giovani che cercano di affacciarsi al presente, sperimentando con fatica il proprio protagonismo.
Sono certo che un posto nelle sue riflessioni in vista del discorso che terrà per il suo insediamento ce lo ha Lorenzo Parelli, il diciottenne morto in fabbrica nel suo ultimo giorno di alternanza scuola-lavoro e probabilmente ce lo hanno anche i tantissimi ragazzi e le tantissime ragazze che nei giorni successivi sono scesi in piazza con lo slogan “Potevo essere io”, o che hanno occupato le scuole, per chiedere un maggior rispetto delle loro vite e delle loro legittime aspirazioni.
Manifestazioni segnate in diversi casi da tensioni con le Forze dell’Ordine che hanno reagito con modalità parse a molti sproporzionate e dunque incomprensibili.
Sono situazioni che richiedono il massimo dell’attenzione perché ne va della qualità della democrazia presente e futura, come la storia della nostra giovane Repubblica ci dovrebbe avere già insegnato. Esiste un equilibro delicato tra il rispetto delle regole e l’obiezione, tra il far rispettare le regole e l’abuso di potere, tra la libertà di ciascuno e la prepotenza di qualcuno. Un equilibrio che va rifondato ad ogni passaggio di testimone generazionale e che comunque non è mai dato una volta per tutte, perché sempre mutano le circostanze e gli “ecostitemi” culturali. Per chi oggi è giovane in gioco c’è il rapporto con le Istituzioni, il rapporto con il principio di legalità, la capacità di stare in un modo o in un altro dentro il conflitto per la gestione del potere pubblico, insomma: il modo con il quale si diventa cittadini.
La democrazia emancipante fondata dalla nostra Costituzione richiede a tutti lo sforzo di tenere insieme il valore delle regole con la capacità di innovarne significato e forma, senza tabù. In questo senso tanto sono preziose le regole, quanto lo sono le “eccezioni”, cioè le manifestazioni di dissenso, financo di disobbedienza civile, se con senso di responsabilità cercano di traghettare il “già” verso il “non ancora”. Senza questa tensione non sarebbe stato possibile nemmeno organizzare il pool antimafia di Palermo, in un momento storico nel quale l’ordinamento non consentiva in alcun modo che magistrati titolari di inchieste differenti potessero condividere informazioni riservate. Ma la necessità di organizzare pool di magistrati era ineludibile a causa della violenza con la quale si manifestavano fenomeni criminali come il terrorismo brigatista e la mafia, almeno se ne avessero ammazzato uno, gli altri avrebbero potuto andare avanti. E così si fece, fino a quando la regola non cambiò. Fu anche grazie a questa “disobbedienza civile” che si riuscì ad istruire il maxi processo contro Cosa Nostra, che proprio il 30 Gennaio del 1992 vide la sua consacrazione da parte della sentenza definitiva della Cassazione, che accolse in toto la validità dell’impianto accusatorio e consentì di perfezionare la prima grande vittoria dello Stato sulla mafia.
Lei Presidente è anche per questo la persona giusta al posto giusto: saprà senz’altro trovare le parole più adatte ed ha l’autorevolezza per farle ascoltare. Con lei si può riannodare il filo del discorso democratico con una intera generazione che ha fame di punti di riferimento credibili.

Se vince la Mafia, 30 anni dopo le stragi

 

Se è vero che la prima Repubblica nasce a Portella della Ginestra, la seconda Repubblica nasce a Capaci e oggi, trentanni dopo le stragi, siamo a un giro di boa. Cosa possiamo fare noi perchè gli ideali di libertà, uguaglianza e giustizia sociale continuino ad essere la stella polare che guida il nostro agire e lagire politico?

Nel 1992 londa durto delle bombe ha scosso unintera generazione. Prima Capaci, poi via DAmelio. Trentanni dopo possiamo ancora sentire quellonda durto che sta continuando a vibrare, pretendendo verità e giustizia. Ma trentanni sono tanti e il rischio che quella stagione venga archiviata e spazzata via da nuove priorità, solo apparentemente più urgenti, è dietro langolo.

Nel 2022 sicuramente in tanti, sia con ruoli istituzionali che non, commemoreranno i magistrati e gli agenti morti nelle stragi. Proprio il ricordo di quelle vite spezzate deve portarci a fare un passo in più verso una rinnovata consapevolezza.

Siamo forse di fronte a un processo di trasformazione culturale nei confronti del potere e dellorganizzazione sociale? La nostra società si sta lentamente abituando ad alcune forme di clientelismo? La capacità di intimidazione sta diventando perfino seducente? Soprattutto agli occhi delle nuove generazioni?

Dobbiamo fare attenzione! Perché se la battaglia contro le organizzazioni mafiose storicamente intese sarà vinta dallo Stato, prima o poi, è nostra responsabilità evitare che il paradigma mafioso si radichi, come sembra stia accadendo. La mafiosizzazione” della società è una questione culturale e culturale deve essere, quindi, la rinnovata battaglia che abbiamo di fronte.

Ecco, nellanno che segna il trentennale dalle grandi stragi di mafia dobbiamo ribadire la responsabilità di continuare a costruire una società migliore e inclusiva, dove tutti si sentano attori protagonisti della storia che stiamo vivendo.

Continuiamo la discussione insieme!

                

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Eppure il vento soffia ancora

Il mio contributo alle Agorà democratiche organizzate da Andrea Giorgis, sabato 11 dicembre 2021

Condivido il quadro tracciato da Andrea Giorgis nell’invitarci a riflettere insieme su quali possano essere le mosse utili a salvaguardare la democrazia e quindi posso rimandare a quello e fare sintesi delle mie idee.

Se è vero che il capitalismo globale ha ormai compreso di poter fare a meno della democrazia per funzionare, trovando una infausta convergenza con tutte quelle altre forze che mai hanno sopportato la democrazia, non è vero che almeno una parte significativa di cittadini abbia smesso di preferire la democrazia come esperienza di partecipazione individuale e collettiva alla costruzione del comune destino. 

Lo dicono le recenti mobilitazioni popolari per l’eutanasia, per lo ius soli, per la legalizzazione della cannabis, per Giulio Regeni, per Patrick Zaki, per la salvaguardia della Terra, contro la violenza sulle donne, per la legge Zan… Nonostante tutto è radicata in tanti l’idea di essere individui liberi e liberi perché partecipi. 

Certo le frustrazioni generano sconforto e questo a sua volta genera disperazione e lo svuotamento progressivo delle pratiche democratiche. 

Che fare?

Rompere il ricatto governabilità-rappresentatività.

L’intermittenza (almeno formale!) dei Governi italiani e quindi delle Legislature è una delle fragilità della democrazia italiana alla quale si è cercato di rimediare “convincendo” progressivamente i partiti che bisognasse salvaguardare la continuità di governo, accettando un responsabile appiattimento delle proprie posizioni pur di non far saltare anzi tempo le Legislature, sostenendo volta, volta, Governi sempre meno identificabili. Anche la XVIII Legislatura da questo punto di vista non sta facendo eccezione, anzi! In nome della “non-divisività” i partiti e tra questi soprattutto il PD che eccelle in senso di responsabilità (al contrario di altre forze molto più spregiudicate), si sono resi sempre più incomprensibili al proprio elettorato. Che sia venuto il momento di immaginare una riforma costituzionale che svincoli almeno in parte la legittimazione dell’esecutivo dal consenso parlamentare, in modo da lasciare la dinamica parlamentare e quindi legislativa più libera nel rappresentare i punti di vista dell’elettorato? I partiti potrebbero trovare nuovo vigore e con esso rifiorirebbe il dibattito sulle idee, oggi davvero mortificato.

La Costituente della Repubblica d’Europa.

Ogni partito ha nel proprio cuore una promessa ed è la promessa che mobilita la partecipazione. Ogni partito muore o è destinato a diventare un comitato d’affari, quando smarrisce la promessa o quando la tradisce. 

Qual è la promessa del Partito Democratico?

Tutto considerato, credo che oggi la promessa più alta, appassionante e coerente alle grandi sfide globali nelle quali stiamo immersi, che il PD potrebbe rappresentare sia fare dell’Unione Europea una Repubblica federale fondata su uguali diritti ed uguali doveri! 

La COFE da questo punto di vista è una opportunità storica che rischia di passare senza lasciare il segno, invece abbiamo bisogno che la COFE termini con il varo di una nuova fase costituente, che veda nel Parlamento europeo il cardine e che metta mano a questa grande riforma. Diversamente bisognerebbe seriamente prendere in considerazione l’idea di cominciare a federare le repubbliche democratiche che lo vogliano, lavorando quindi sul modello del “doppio binario”. 

La questione morale non è storia.

Evasione fiscale, corruzione, reati ambientali, mafie sono la punta dell’iceberg di una montagna di clientelismo amorale che svuota il senso stesso dell’uguaglianza di fronte alla legge. I partiti in questo hanno una grande responsabilità non soltanto nel fare buone leggi, nel dare a queste piena applicabilità, nel governare con costante consapevolezza, ma anche nel dare l’esempio sul piano della selezione dei gruppi dirigenti, della organizzazione del tesseramento, della raccolta dei finanziamenti ed in quella, ancora più decisiva, della raccolta del consenso. Prima di rimettere in agenda il finanziamento pubblico dei partiti, quindi, suggerirei di lavorare sia sul piano normativo che su quello dell’autonomia organizzativa per assicurare la trasparenza delle condotte, nel fare, nel dare, nel dire e nel ricevere.

Solidarietà alle vittime di Utøya

Il pesce puzza sempre dalla testa e Breivik è soltanto una delle “teste” emerse del sotterraneo, schifoso, Mondo nero.
Il Mondo mafioso-fascista-nazista di chi è convinto che l’umanità sia divisa in uomini degni di onore e in uomini disprezzabili, che i primi possano fare ciò che vogliono, mentre i secondi debbano ubbidire e farsi da parte o essere tolti di mezzo.
Il Fatto Quotidiano racconta che dalla cella in cui è recluso dopo la strage di Utøya, continua a scrivere alle famiglie delle sue stesse vittime, rivendicando la nobiltà del suo gesto: una violenza reiterata!
È un virus più pestilenziale del Covid, che alimenta clientelismo e nazionalismo, autoritarismo e corruzione. Violenza e guerra.
Quello che sta capitando nella Repubblica serba di Bosnia dovrebbe far riflettere tutti.
Non si può smettere di pensare la Storia assumendo il punto di vista delle vittime, anche quando in ballo ci sono le regole carcerarie.
La Norvegia non è Unione Europea, ma non lo è nemmeno la Bielorussia: mi aspetto che la UE intervenga su questa vicenda a sostegno della posizione espressa dai famigliari delle vittime di Utøya!

Arriva in Commissione la legge sul voto per chi studia e lavora fuori. Ma io vi parlo di chi l’ha reso possibile

Non c’è rivoluzione senza poesia. La poesia talvolta è fatta in versi, altre volte è fatta in gesti, gesti che hanno la forza di evocare un destino differente da quello al quale in tanti sembrano assuefatti.

C’è della poesia nel gesto del Collettivo “Valarioti”: da mesi questi giovani calabresi per lo più impegnati in Università basate fuori dalla Calabria si battono per avere una legge che consenta il voto nel domicilio in cui si studia o si lavora, evitando così di dover tornare per forza in località di residenza. Giovedì 29 aprile in Commissione Affari Costituzionali della Camera comincia la discussione di una proposta di Legge a prima firma Brescia che traduce in norme questo intento, al quale questi giovani hanno lavorato con grande passione e grande capacità di coinvolgimento.

Coinvolsero anche me, in quanto consulente della Commissione parlamentare Antimafia, spiegandomi che questo strumento sarebbe servito anche a “diluire” il peso del voto inquinato dalla ‘ndrangheta in territorio d’origine. Allargare la platea dei votanti, dare in particolare una possibilità in più ai tanti giovani che studiano o lavorano lontano da casa, è senz’altro un modo concreto ed intelligente per far pesare di meno quella capacità purtroppo tante volte verificata che hanno i clan mafiosi di condizionare pesantemente l’esito elettorale, pilotando migliaia di voti. Quanto sia attuale questa minaccia lo dimostrano le tante inchieste aperte attualmente, che riguardano tanto il Sud, quanto il profondo Nord (Valle d’Aosta compresa!). Sono inchieste già diventate processi che in alcuni casi hanno già prodotto sentenze di condanna, come nell’abbreviato che si è celebrato a Torino nell’ambito di una vicenda, processualmente divisa in due tronconi (abbreviato e ordinario) dove imputati di voto di scambio politico mafioso sono un ex Assessore regionale della Giunta Cirio (che dovrà essere giudicato in ordinario) e alcuni esponenti legati a clan di ‘ndrangheta.

I giovani del Collettivo “Valarioti” mi fecero venire in mente la commovente e formidabile mobilitazione che ci fu quando in Sicilia si candidò alla carica di presidente della Regione Rita Borsellino, l’indimenticata sorella di Paolo, scomparsa nell’Agosto del 2018. Allora per “diluire” il voto condizionato dalla mafia non si pensò al voto a distanza, ma più materialmente ad organizzare treni e pullman speciali per consentire ai “fuori sede” di tornare in Sicilia per votare. Era il 2006: un’altra epoca!
E’ poesia questo impegno del Collettivo “Valarioti” perché ha il sapore della speranza che si incarna nella storia per cambiare la realtà e renderla più libera e più giusta. Una scossa che demolisce l’abitudine a pensare che le cose non possano cambiare.

Fa il paio con un’altra notizia arrivata in questi giorni: la Cassazione ha definitivamente assolto Carolina Girasole, già Sindaca di Isola Capo Rizzuto, investita da un’accusa infamante, quella di aver approfittato dell’appoggio degli Arena per aprirsi la strada del successo elettorale. Conobbi Carolina Girasole quando era Sindaca e si batteva perché alcuni beni confiscati alla ‘ndrangheta fossero destinati ad attività di riscatto sociale e la ritrovai negli anni successivi, durante il processo, sempre con la schiena diritta e la incrollabile fiducia che presto o tardi la Giustizia avrebbe fatto il suo corso. L’ha fatto ed ora spero proprio che Carolina Girasole possa riprendersi, se lo vorrà, quel posto che merita nella sua Calabria.

In comune queste storie hanno la politica e la sua centralità nel determinare i destini collettivi. Negli anni ho incontrato tanti uomini e tante donne calabresi altrettanto determinati a far valere la propria libertà nonostante condizionamenti davvero estenuanti, oggi la Calabria è ad un nuovo giro di boa e mi auguro che la poesia di lotta del Collettivo “Valarioti” contribuisca ad accendere gli animi perché, come scrive il Collettivo, “Se non lo facciamo noi, ora, quando e chi lo farà?”.

Articolo da Il Blog de Il fatto Quotidiano

Caro Filisetti, senza antifascismo non c’è antimafia: si vergogni e si dimetta!

Articolo sul blog de Il Fatto quotidiano.

La circolare firmata dal dirigente dell’Ufficio scolastico regionale per le Marche, Marco Ugo Filisetti, che invita studenti e studentesse a celebrare il 25 aprilecommemorando tutti i caduti della seconda guerra mondiale senza distinzione di parte, è tanto vergognosa quanto pericolosa ed auspico che il ministro Bianchi intervenga prontamente.

C’è una regola generale che va richiamata in premessa: un Paese è quello che è soprattutto per le scelte di rottura e discontinuità che ha saputo fare rispetto al passato dal quale arriva, parafrasando Calvino: ogni Paese riceve la sua forma dal deserto cui si oppone. L’Italia repubblicana e democratica, fondata sul lavoro, è l’Italia fondata da chi si è opposto al nazifascismo e che il 2 giugno 1946, sperimentando per la prima volta il suffragio universale, ha detto basta anche con la monarchia.

La memoria collettiva che si fa celebrazione civile nel calendario repubblicano è dedicata a coloro che si sono fatti carico di quei No, perché è a quei No che siamo grati ed è a quei No che dobbiamo la nostra libertà. A tutti i morti è giusto rivolgere un senso di umana pietà, ma altra cosa è la memoria collettiva che diventa celebrazione repubblicana: quella si deve soltanto ai martiri della libertà. Ma c’è di più.

La rottura col nazifascismo e con la monarchia è stata per contro, nella fondazione della Repubblica democratica, l’affermazione in Costituzione del principio più antagonista: l’uguale dignità di ogni essere umano, che ha per conseguenza l’uguaglianza di tutti davanti alla legge e ancora l’ordine imposto alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli materiali che continuino a produrre ingiuste diseguaglianze. Niente di più antagonistico rispetto ad una società fondata sulla teorizzazione della segregazione tra esseri umani di serie “A” (ariani, sani, eterosessuali…) ed umanità di serie “B” (tutti gli altri, che se non da eliminare fisicamente saranno comunque da sfruttare mantenendoli in costante condizione di subalternità).

E’ questa rottura etica che celebriamo il 25 aprile. E’ questa rottura etica, questo ribaltamento radicale che vede il valore della persona iscritto nella sua stessa esistenza e non nell’appartenenza a questo o quel gruppo umano privilegiato che fa della nostra Costituzione una Costituzione antifascista e dunque antimafiosa. Eh sì, perché la cultura mafiosa è sorella di quella fascista: anche la mafia infatti è fondata su una visione ferocemente segregazionista della società, una società divisa tra uomini d’onore cui tutto è concesso e uomini che stanno fuori dal clan, specie di “babbani” che è bene si facciano i fatti propri e all’occorrenza ubbidiscano senza protestare, pena l’eliminazione.

Non ci sarebbe antimafia senza antifascismo. Senza antifascismo la mafia sarebbe Stato. Sarebbe come se nel 2022, per i 30 anni dalle stragi mafiose del 1992, un dirigente scolastico scrivesse: cari ragazzi, nel 1992 due fazioni se le sono date di santa ragione, ciascuna gagliardamente convinta della bontà delle proprie ragioni, da una parte i Corleonesi e dall’altra i Magistrati di Palermo, ma noi oggi dobbiamo guardare al futuro e dobbiamo superare odi e pregiudizi e quindi vi invito a ricordarle tutte quelle vittime, senza distinzione di parte.

Dottor Filisetti: si vergogni e si dimetta. Scelga lei in che ordine fare le due cose.

Piano Strategico Metropolitano 2021-2023: un atto d’amore e politico

Il Piano Strategico Metropolitano 2021-2023, Torino Metropoli Aumentata, è un atto d’amore per il nostro territorio ed insieme è un atto politico e meno male che talvolta le due cose coincidono ancora. Uno sforzo che raccoglie quanto di meglio la Torino metropolitana ha già saputo esprimere in questi ultimi decenni, proiettandolo oltre, perché possa essere di più di così. E proprio in questo sta “l’atto d’amore”, nel volere “essere di più”: cento anni fa nasceva uno dei più grandi pedagoghi del ‘900, Paulo Freire, che in portoghese sintetizzava questo concetto con le parole “ser mais”. Gli potrebbe fare eco, a ideale completamento dell’idea, un altro straordinario pedagogo e militante come Danilo Dolci che amava dire: “Si cresce soltanto se sognati”. Sognare una Torino più grande, nel senso declinato dal PSM, cioè ancora più inverata nelle sue premesse, nel suo capitale potenziale, ecco l’atto d’amore verso il territorio metropolitano e quindi verso le migliaia di persone che per caso o per scelta lo hanno eletto a domicilio delle proprie aspettative di vita.

Perché tutto ciò che sta scritto nel PSM ha a che fare con niente di meno che con la ricerca della felicità.

C’è una questione sulla quale voglio soffermarmi: su quali “gambe” potrebbe camminare questo ser mais?

Riprendo un passaggio centrale della visione che sta alla base del PSM:

“Una città aumentata è intelligente – e non solo smart – perché capace di generare un ecosistema abilitante basato sull’hardware fornito dalla qualità degli spazi urbani e sul software codificato dalla cittadinanza attiva” (Carta)
Il “software” codificato dalla cittadinanza attiva, cioè da chi ha adeguati strumenti culturali per cogliere le opportunità e trasformarle in progetto. Dalle mie parti si direbbe: facciamo giocare chi ha le scarpe da pallone.

E chi no?
Il rischio che l’hardware abilitante venga opportunamente cavalcato da chi ha già le scarpe da pallone è sempre dietro l’angolo, anche perché quando i decisori pubblici e privati destinano risorse finanziarie al potenziamento dell’hardware abilitante si aspettano, comprensibilmente, un certo ritorno in un certo tempo, il che a volte rischia di far restringere la platea dei soggetti destinatari a quanti diano più garanzie di saper mettere a frutto i talenti ricevuti.
La questione non è elusa dal PSM bisogna riconoscerlo, specialmente nell’asse 5 che fa riferimento alla equità e alla coesione sociale.
Infatti nella nota introduttiva all’asse 5 si legge:
“Bisogna cominciare a rivolgersi a un tipo di strumenti che riconoscano la non linearità dei processi, il ruolo centrale dei fattori abilitanti e il fatto che probabilmente dobbiamo cominciare a cambiare un po’ l’unità di analisi” (Calderini)

Proprio così: i processi sociali tutto sono fuorchè lineari. Di “lineare” c’è soltanto lo scorrere del tempo, il che per altro dovrebbe mettere a tutti un po’ più di brio.

Che fare allora?
Io credo che in concreto una delle scelte che aiuterebbero a tenere quanto più ampia la platea del “ser mais” sarebbe quella di investire di più su quelli che Freire definirebbe “animatori d’ambiente” cioè persone capaci di stare a metà strada tra l’hardware abilitante ed i tanti spaesati che rischiano di passare per Torino come acqua sui vetri. Niente di completamente nuovo: a Torino esiste una gamma vasta di “animatori d’ambiente”. Sono i mediatori culturali, gli assistenti sociali, gli animatori di comunità e scolastici, gli insegnanti, gli operatori dei centri per l’impiego … fino ai “navigator”! Persone molto spesso competenti e dedite, che svolgono tutte, ciascuna col proprio specifico, quel fondamentale servizio civico che contribuisce a far trovare o ritrovare la bussola a chi fatica a fare rotta. L’ISTAT ci dice che il primo anno di pandemia ha gettato nella povertà assoluta un milione di persone in più in Italia. Non c’è niente di più esplosivo di una umanità rassegnata, che non aspetta più nemmeno una buona notizia.

Bisognerebbe dunque riconoscere maggiormente il valore di questo lavoro, perché è il lavoro che alimenta ancora e nonostante tutto quella “scala mobile” sociale che è il cuore della missione emancipante che la nostra Costituzione affida alla Repubblica.

Infine poco più di un “salva con nome”: Torino non è diventata capitale perché era una città grande, ma è diventata una grande città perché qualcuno l’ha voluta capitale.

Leggi l’articolo di Repubblica qui

Dal fango alle stelle: la confisca dei beni ai corrotti

Proprio ieri, 21 Marzo – Giornata della memoria e dell’Impegno in ricordo di tutte le vittime innocenti delle mafie, La Repubblica dedica una intera pagina al Prefetto Corda, direttore della Agenzia nazionale per la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, scegliendo un titolo che sa di vittoria: “La villa di Galan, le case di Lady ASL. Ai volontari i tesori dei corrotti”.
Ed in effetti di vittoria è giusto parlare: dopo anni passati a denunciare quanto la corruzione sistemica fosse non soltanto lo strumento di penetrazione privilegiato dalle organizzazioni mafiose, ma fosse esso stesso sintomo di un insopportabile abuso di potere mafioso nei modi, se non nel pedigree e che per questo bisognasse esplicitamente trattare mafiosi e corrotti nello stesso modo, la modifica del Codice Antimafia approvata dal Parlamento nel 2017 lo ha reso possibile.
Il nuovo Codice Antimafia estende infatti l’applicabilità delle misure di prevenzione patrimoniali anche agli indiziati di corruzione, previsione tanto più opportuna oggi alla luce della sentenza della Corte Costituzionale (N. 24 del 2019) che ha dichiarato, tra l’altro, l’illegittimità costituzionale dell’art.4 lettera C del Codice Antimafia, nella parte in cui stabilisce che i provvedimenti previsti dal capo II si applichino anche ai soggetti indicati nell’art. 1, lettera a).
Fu una bella battaglia, costata a chi se la caricò sulle spalle parecchie palate di fango.
Una vittoria che ha il significato precisamente espresso dal prefetto Corda: beni che sono stati l’arrogante segno del potere criminale sul territorio, diventano finalmente strumento di riscatto sociale, attraverso l’alleanza tra Istituzioni dello Stato, Enti locali e associazioni di cittadini.
Ma nessuna vittoria è per sempre ed in un Paese nel quale, approfittando della tragedia Covid, c’è chi vorrebbe abolire persino il Codice degli appalti, serve una precisa assunzione di responsabilità politica affinchè la destinazione dei beni confiscati sia il cuore di una strategia che coinvolga non soltanto il Ministero dell’Interno, ma il MIUR, il MISE, il MEF, quello per le Pari Opportunità, i Giovani, il Sud e la coesione territoriale, la Transizione ecologica. Soltanto così non dovremmo più piangere sul latte versato, cioè sulle occasioni sprecate e sull’inevitabile ritorno di fiamma della atavica sfiducia italica nei confronti dello Stato.
Proprio per questo uno degli aspetti qualificanti della proposta di riforma del Codice Antimafia fu quello di spostare l’Agenzia dal Ministero dell’Interno alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. La proposta non passò e io me ne dispiacqui assai. Ma facendo lo sforzo di comprendere le ragioni che impedirono questa svolta, oggi dico che si potrebbe raggiungere ugualmente il fine istituendo presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri (dove per altro stanno già incardinati diversi dei Ministeri ai quali sopra ho fatto riferimento) una delega al coordinamento degli interventi volti alla destinazione dei beni confiscati che sia di sostegno alla Agenzia, proprio nello stimolare e alimentare il concerto di decisioni e risorse con gli altri Ministeri.
Il riscatto sociale ed economico connesso all’efficacia del riutilizzo dei beni confiscati può essere uno dei fattori di rilancio dell’Italia dopo tanta sofferenza: perché il rilancio dipende anche dalle buone notizie che fanno migliore l’umore e orientano all’ottimismo verso il futuro.
Anche così determineremo il modo con il quale usciremo dal tunnel della pandemia e torneremo a riveder le stelle.

Buon lavoro Enrico Letta

Ho ascoltato con attenzione le parole di Enrico Letta e tanti sono i punti su cui mi sono sentito in sintonia (*) ma uno in particolare mi ha colpito: ha raccontato di aver ricevuto diversi messaggi nei quali quasi gli si dava del matto “Ma come?! Lasciare il posto all’Università per un ruolo di partito?! Passi lasciarlo per un ruolo istituzionale, ma non per un ruolo di partito!”. Ha detto Letta di aver preso la decisione di accettare la candidatura a segretario proprio davanti a questi messaggi che gli sembravano assurdi. Ecco, bravo! Perché non c’è buona battaglia che si possa vincere senza che ci sia una forza solida ad affrontare l’impresa. Di più: la forza che deriva dalla solidità della compagnia è l’unica speranza di successo per chi non ha altre forze che gli derivino dai soldi o dalla posizione sociale. Non c’è vela che regga il mare se il legno è marcio. E sicuramente Letta questo lo sa bene. Buon lavoro al segretario allora!
* le sintonie sono:
– sui riferimenti alti da Papa Francesco a Mazzolari fino a Berlinguer
– sulla centralità della Conferenza sul futuro dell’Europa
– sul pericolo rappresentato dalle mafie, anche per i 209 miliardi di euro in arrivo
– sul ruolo dei giovani della scuola e del volontariato
– sull’occasione rappresentata dalla presidenza italiana del G20
– sulla ostilità dichiarata verso il trasformismo politico
– sul coraggio a non vivere di rendita. Nemmeno di rendita politica!